Meravigliosamente stupiti

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Accolti, perdonati, amati così come siamo

di Miriam D’Agostino (Sr. Myriam)

Accolti, perdonati, amati così come siamo, così come non sappiamo di essere, così a mani nude, dopo la carestia, dopo essere stati asserviti dal padrone di tutto, dopo aver preteso fittizie libertà che ci hanno resi schiavi dell’inutile, ma nonostante tutto, accolti. Luca ci consegna un’unica grande parabola nel capitolo quindicesimo: la pecora perduta, la dramma perduta e il figlio perduto, tre aspetti di un’unica opera d’arte, tre punti di vista dello stesso panorama, tre perché con esso si indica la completezza, come se volesse dirci che di più e altro da ciò che sta raccontando non potesse essere scritto nè detto.

Nonostante le nostre traduzioni e redazioni della Bibbia puntino molto su ciò che si è “perso”, l’evangelista invece è attento a descriverci la gioia del ritrovamento, l’intensità, i pensieri, le parole, i gesti, le azioni la ricerca del ritorno a casa.

Un padre, due figli, un’eredità divisa prima del tempo, mettono a nudo la verità da cui ciascuno è abitato; la pretesa di poter fare tutto da soli, senza limiti, senza legami, nell’autosufficienza che diventa disperazione, avversione, carestia, svendita, schiavitù. Il perbenismo, l’ossessione scrupolosa delle apparenze, del “che diranno di me “, che diventa dipendenza, invidia, gelosia, rivalità, contesa, che paralizzano il cuore, lo induriscono e non gli permettono mai di vivere la festa. E poi, il cuore del Padre, libero di accogliere, di lasciarsi ritenere morto, libero di amare anche quando tutto gli direbbe di fare il contrario, fuori dalle logiche punitive a cui tanto siamo abituati, attento, vigilante che sa guardare lontano, riconoscere il passa incerto di chi ha deciso, fosse anche solo per fame, di ritornare.

Il Padre l’unico veramente in grado di fare non una festa qualsiasi, ma la Festa, quella in cui si mangia il Vitello Grasso, il vitello Pasquale che si sacrificava solo a Dio nel giorno di Pasqua.

Ed è questo l’elemento che ci divide, che ci fa mettere il muso, che ci lascia attoniti, perplessi, che ci fa dubitare di entrare o meno a far parte di quella stessa festa: il Vitello grasso. Abituati alla logica espiativa del sacrificio, l’Amore del Padre che non vuole sacrifici, ma che sacrifica Lui qualcosa per il ritorno di qualcuno che nell’allontanarsi ha perso la sua umanità la sua dignità, i suoi tratti di verità, ci spiazza, ci chiede di convertire l’immagine che di Lui ci siamo costruiti, per non sentirci vittime e per non fare vittime attorno a noi, con le nostre sterili rivalità.

Allora sì,  che il cammino quaresimale ci starà accompagnando verso il mattino di Pasqua, in cui saremo liberati da ogni ipocrisia, se ci lasceremo avvicinare dalla bellezza della novità del Risorto.