Accorgiamoci di chi abbiamo accanto

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Accorgiamoci di chi abbiamo accanto

di Miriam D’Agostino ( Sr Myriam)

 La parola che liturgicamente ci introduce, ci invita ad entrare in chiesa, ci attende nella Parola proclamata, ci accoglie sull’altare, ci invia nell’orazione finale è kairete, riprendendo la citazione paolina della colletta d’ingresso.

Non si tratta solo di una differente traduzione letteraria, non è solo una problema linguistico, ma è una questione di contenuto, la kaire greca, non è solo il gaudium latino, la gioia italiana, ma è qualcosa di più, quel superfluo che dà valore all’essenziale. È il saluto rivolto a Maria, è la forma della pienezza, i lineamenti del cristiano, l’inizio e la meta del cammino della vita.

  Che cosa dobbiamo fare davanti a questa nostra storia così complessa, quotidianamente esposta ad un bivio, ad un dubbio, come vivere il nostro tempo, le nostre relazioni, i nostri incontri, cosa fare nelle nostre famiglie che si trasformano, nelle nostre case disabitate, nelle nostre scuole affollate, nelle fabbriche in disuso, nelle strade minacciate? La risposta di Giovanni è così profonda da sembrare paradossalmente banale. “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha”, che non vuol dire solo sii più buono e generoso perché siamo vicini al Natale, ma riconosci l’ingiustizia sociale nella quale vivi, che fa sì che mentre tu sei coperto e hai il ricambio, qualcuno va in giro nudo. La tunica nella Scrittura non è solo un vestito, ma è simbolo della dignità dell’uomo, è la tunica di Giuseppe, quella che il padre misericordioso ridonerà al figlio che torna, è la tunica tirata a sorte perché non fosse scucita.
Allora, la prima cosa da fare alle quale ci invita Giovanni per prepararci concretamente a questa Incarnazione 2018, è ridonare dignità all’uomo, alla donna che siamo, a quella che incontriamo, San Benedetto direbbe al malato, al forestiero , al povero, al pellegrino, al fratello nella fede, ridonare dignità non è un contentino, un premio bonus di fine anno, ma è riconoscere profondamente che l’altro è Figlio di Dio quanto me, in qualsiasi condizione esso si trovi, di qualsiasi colore abbia la pelle, a qualsiasi religione egli appartenga. Dignità non è una parola surrogato, alla quale ci siamo assuefatti, esiste una carta dei diritti dell’uomo, ma ogni uomo sa quante volte viene violata con altrettante leggi e norme che riempiono i nostri scaffali. La dignità è la tunica della nostra carne che non possiamo lasciare che qualcuno ce la porti via, no possiamo deturparla, schernirla , perché è una dignità sempre nuovamente donata.

E poi ancora il Vangelo continua e gli interlocutori di Giovanni diventano dei pubblicani, anche loro preoccupati della stessa domanda, noi cosa dobbiamo fare? E qui la risposta cambia, non esigete di più , insomma siate onesti.

Onestà parola anch’essa in disuso ultimamente, e non solo nella politica, troppo comodo dire degli altri; vivere onestamente, con rettitudine, non con doppiezza, maldicenza, camuffati dietro una corona di alloro, di fiori profumati che tolgono il respiro, onestà intellettuale, spirituale, morale, sociale, vivere con le mani pulite, il viso scoperto, nella verità.

Giovanni propone ai suoi interlocutori un cambiamento radicale della loro vita, una prassi disonesta celata di giustizia, una consuetudine malsana che generava conflitti, disuguaglianze, ostilità, rancori, vendette.

I pubblicani praticamente erano dei mafiosi del tempo, gente corrotta che crea uno stato parallelo, posti di lavoro, manovalanza, vittorie politiche, compromessi e tangenti sottobanco che pervertono il cuore.

 

A tutto questo Giovanni risponde iniziate ad essere onesti, a vivere il vostro lavoro, il vostro tempo, il vostro servizio, il vostro ufficio con rettitudine.

E ancora ai soldati “non maltrattate”, non siate violenti, non usate le armi, non abusate del vostro potere, della vostra forza, della vostra divisa. Arma a doppio taglio, esercizio o servizio del potere, il limite è sottilissimo eppure dovrebbe essere invalicabile. Violenza nel parlare, nell’essere impazienti, nel non rispettare l’altro, nel superarlo alla fila alla posta, al supermercato. 

È violenta l’opposizione silente, la rabbia che coviamo dentro e che non riusciamo a perdonare, è violenta la pretesa, il trovare sempre un motivo per litigare.
“Non estorcete, ma contentavi”, non prendere ciò che non è tuo, che non ti spetta, che è sulla scrivania dell’altro, nel suo cassetto, non pretendere un di più che serve solo ad ingozzarti ma non è poi così necessario, e poi principio fondamentale: contentavi una buona volta. Se siamo ricci vogliamo essere lisci, mori biondi, biondi mori, alti bassi, bassi alti; se la mela è cotta la vogliamo cruda, sè cruda ovviamente cotta, se c’è il pesce vogliamo carne, se c’è carne vogliamo uova, e ci perdiamo di vedere il bello di dove siamo, delle persone che abbiamo accanto, della giornata che ci viene incontro.

A volte sembra che non ci sta mai bene niente, eternamente scontenti, caffettiere ambulanti sempre pronti a borbottare, che si rendono e rendono la vita pesante a se stessi e agli altri.

Contententiamoci, stiamo contenti, diciamo grazie una buona volta, facciamo un sorriso, tendiamo una mano, raccogliamo una lacrima, respiriamo aria pulita, non contribuiamo ad inquinarla.

La folla allora inizia ad avere dubbi su Giovanni ma chi è davvero quest’uomo nella sua concretezza, nella sua umanità così radicale ? A chi ci stiamo rivolgendo veramente? Da chi siamo andati? Un confessore? Un Battezzatore? Un profeta? Il Messia?
“Viene dopo di me uno più forte” uno con più autorità, più verità, più libertà, è Lui che dovete seguire. Le parole del Battista “non sono degno…” Non sono un’affermazione di umiltà, non è sminuirsi, farsi più piccoli, non è pietismo, non sta cercando di mettersi tra la lista dei perdenti, dei servetti che vuole togliere le scarpe di Gesù, ma è qualcosa di molto più profondo che ha un contesto anticotestamentario molto più complesso che brevemente cerco di sintetizzare.

 

Le vedove, gli orfani, gli sventurati secondo la legge giudaica per sopravvivere avevano bisogno di un riscattatore, di un Go’ El, di qualcuno che si assumesse la responsabilità della loro sofferenza, un Paraclito presso cui rivolgersi che davanti a testimoni doveva compiere un gesto, quello di gettare il suo sandalo sulla terra, i beni da riscattare, gesto simbolico che diventa promessa, segno di speranza che la vita continua, è il gesto di Booz per Rut la Moabita e Noemi sua suocera, è il gesto di prendere a cuore l’altro, non a parole, ma con i fatti, con un gesto visibile che impegna, che immischia, che fa mettere in gioco, che lascia che due vite si impastino.

E Giovanni dice un po’ questo, io vi battezzo con l’acqua, qualcosa che vi scivola addosso, il più forte invece vi guarisce da dentro come un fuoco che arde.

Il più forte, il Vincente che non si ferma davanti al vostro peccato, ma che lo prende su di se, lo depotenzia, lo redime e in cambio vi ridona Vita, dignità, onestà, servizio, gratitudine, bellezza, speranza e gioia.
Ed eccoci allora arrivati alla gioia, alla kaire che in questa terza domenica celebriamo, è la gioia di chi si sente amato, di chi riconosce lo Spirito che gli arde dentro, di chi accende al massimo la sua lampada, di chi vive pienamente il suo cammino di umanizzazione, e si avvicina al Natale gravido, fecondo di nuova Vita.

E allora buona domenica della gioia a tutti!

Accorgiamoci di chi abbiamo accanto

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