Beatitudine evangelica non è apologia degli sfigati

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Beatitudine evangelica non è apologia degli sfigati

di Miriam D’Agostino ( Sr Myriam)

Inizia questa domenica il primo discorso pubblico di Gesù, il primo dei cinque grandi discorsi di cui è composto l‘evangelo di Matteo, compimento di quella Torah che molto bene conoscevano i suoi ascoltatori.

Per molto tempo abbiamo confuso queste parole con tutto ciò che queste parole non dicono, nè nella loro forma nè nel loro contenuto, e ci siamo fermati ad una lettura superficiale e accomodante per non muovere un dito, per fare del cristianesimo la religione delle chiacchiere, piuttosto che la vita nelle sue pieghe più profonde.

Non è possibile analizzare in poche righe una ad una tutte le beatitudini, ma poche è fondamentali chiavi di lettura per fare di questa una Parola di vita, per noi, oggi.

La prima, provate a leggerle al contrario, provate a partire dall’ultima e vi accorgerete che tutto cambia, che il senso di ogni beatitudine sta in quell’essere fermi nella persecuzione e nella calunnia per il Suo nome.

I poveri “per”lo spirito, gli afflitti, gli affamati, i miti, vivono in uno stato di beatitudine? Sono felici in se stessi? In cosa sta la loro felicità, quando saranno beati?

Quando avranno qualcuno che li sazierà, che gli asciugherà le lacrime, che tenderà loro la mano, che li ascolterà, che gli dedicherà un pò del proprio tempo, chi spenderà per loro un pò della propria vita.

Quando il tendere la mano, il porgere un sorriso, il prestare un orecchio, una parola di consolazione, sarà fatto dai suoi discepoli, nonostante tutto, nonostante la derisione, nonostante le chiusure, nonostante i muri che negano la storia, quando tutto questo sarà vita quotidiana nella stabilità di quest’unica parola, allora si che renderemo beate le lacrime del sofferente.

Nessuno di noi ha il potere di eliminare ciò che comunemente chiamiamo “sofferenza”, alla quale spesso non sappiamo dare risposta, ma ciascuno di noi è responsabile di ciò che della propria e altrui sofferenza ne fa.

Seconda cosa da tener presente, se qui si parla di “beatitudine”, ossia di felicità, non si sta parlando di una proiezione utopica in una dimensione extraterrestre, ma della dimensione possibile ad ogni uomo e donna, in ogni tempo, il problema è aver confuso la felicità con una sorta di ibernazione in uno stato di benessere perenne, possibilmente immortale, pur sapendo profondamente che non è così.

Da oggi inizia per ciascun discepolo di questa Parola, di questo maestro, il vero cammino verso la felicità, quella evangelica, quella che ti dice chi sei e ti fa accorgere del bisogno del fratello e della sorella che ti abita accanto.

Buona domenica a tutti!

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