Chiamati alla sequela e non all'imitazione!

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Chiamati alla sequela e non all’imitazione!

di Miriam D’Agostino (sr Myriam )

La proposta evangelica di questa domenica ha una forza dirompente, che se accolta ribalta completamente le categorie della relazione alle quali ci siamo assuefatti, e non solo abituati, alle quali diamo adesione senza nemmeno rendercene conto, come meccanismi a ripetere di una storia che sembra essere sempre la stessa.
Gesù il viaggiatore si sposta ancora, è sempre in cammino, un cammino preciso, con una destinazione precisa, Gerusalemme.

La tappa di questo cammino e Cafarnao, ma Gesù non vuole che si sappia in giro, non vuole la clak, gli applausi o gli striscioni al suo arrivo, ma ha premura di insegnare, di educare, di tirar fuori dai suoi discepoli la bellezza della loro umanità nel progetto del Padre.

Pellegrino stabile nel progetto di amore del Padre cammina per la Galilea con i suoi compagni e nel cammino continua ad insegnare, continua ad aver e per loro parole che non comprendono, parole in disuso, parole non commerciali, parole che non si lasciano comprare, parole di senso così profonde da essere impenetrabile a chi ancora non è pronto a condividerle, accoglierle, decodificarle.

Siamo al capitolo nono di Marco, più o meno alla metà dell’evangelo, il segno indelebile della Trasfigurazione è appena avvenuto, lì davanti ai loro occhi, lo splendore Pasquale si è reso visibile, la risurrezione ha già fatto breccia nella storia di Gesù, della sua comunità, della nostro storia, eppure, tutto resta ancora così incomprensibile.
Questo cammino inizia con la guarigione di un cieco e termina con la guarigione di un altro cieco, e poco prima di questa pericope guarisce un sordo muto, allora Marco ci dona un messaggio chiaro, chi non accoglie questa parola, rischia di restare cieco, sordo e muto, di non accogliere la proposta dell’umanità Nuova di Gesù, capace di trasfigurazione.

I discepoli accompagnano Gesù, ma non lo stanno seguendo, gli camminano accanto ma non sanno fargli domande, nè rispondono alle sue, non sanno rivolgergli la parola, sono privi di dialogo, di comunicazione, di relazione con il loro Maestro e quindi anche tra di loro non possono far altro che discutere. In ogni comunità, in ogni famiglia, gruppo, insieme di colleghi, se non ci comunichiamo la Parola, allora siamo solo bravi a litigare.

Gesù non smette di insegnare, non si tira indietro, anzi propone ancora ai dodici il suo modello di vita evangelico, li chiama perché si sono allontanati, e mette in mezzo a loro, al centro dell’attenzione un paidion- ragazzino, un adolescente, che nelle famiglie, nelle comunità avevano il compito di servire, non avevano autorità ma erano dediti al servizio, un ragazzino che non deve chiamare, è già lì, vicino al Maestro, lui si che lo sta seguendo. Non è un bambino che ha bisogno di coccole, ma è il modello che Gesù propone alla logica del potere nella quale i dodici si erano impantanati.

E allora, per noi ecco la consegna della buona notizia, è possibile uscire dalle logiche del potere che ci abitano, e che ci rendono litigiosi, chiusi, intransigenti, solo a partire dalla Parola che nella vita quotidiana si traduce in diaconia, servizio di amore al prossimo.

Chiamati alla sequela e non all’imitazione!

Buona domenica a tutti!