Il coraggio di riempire della nostra creaturalità

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Il coraggio di riempire della nostra creaturalità

di Miriam D’Agostino (Sr Myriam)

Il coraggio di riempire le idrie di acqua, trasforma il tempo, permette la celebrazione del festa, crea nuove relazioni, indica percorsi, dona a noi il senso Pasquale della quotidianità della storia attraverso occhi domenicali.

Non avviciniamoci a questo passo evangelico curiosi di spiare cosa combina questo Gesù di Nazaret la domenica mattina, non attribuiamo all’evangelista fini catechetici, o di morale, o di speculazioni evangelizzatrici che non ha, compiendo l’errore di voler vedere nel testo risposte a domande che hanno il nostro contesto, le nostre problematiche parrocchiali, comunitarie, familiari, politiche e sociali, ma lasciamoci interrogare dalle domande essenziali che il testo invece ci pone coraggiosamente, senza mezzi termini e con grande sguardo profetico.

Le nozze di Cana sono il primo testo Pasquale dell’evangelo di Giovanni, sono il punto da cui parte la narrazione della vita pubblica di Gesù, ma anche la sintesi luminosa di tutto ciò che avverrà, un concentrato della buona notizia che ci permette di riconoscerci non solo in un qui e ora, ma in un già e non ancora.

Sono il primo dei “segni” ( e non dei miracoli come abbiamo in alcune traduzioni), il primo non in ordine cronologico, ma “primo” perché archetipo di tutti quelli che seguiranno, come a dire ogni segno che Gesù compirà da qui in avanti va interpretato alla luce di questo segno a Cana.

Che valore ha questo vino per te? Di che vino stiamo parlando? Di quale acqua si tratta? Dove cerchiamo chi disseti la nostra arsura esistenziale e comunitaria?

 

Riconosci fino in fondo, fino all’orlo l’uomo e la donna che sei, sii pienamente te stesso, abbi il coraggio di guardarti dentro, fuori, nelle cose che fai, che pensi, che dici, che custodisci e con quelle presentati al Maestro che ti rinvia ai fratelli, e quanto più andrai nella Verità della tua umanità nella direzione dell’altro, quell’acqua diventerà non solo vino, ma il miglior vino della festa.

Sfuggiamo la tentazione di essere eterni Calimeri, brutti, piccoli e neri, sminuendo il potenziale del dono dello Spirito che ci abita, che abita tutti; oppure il delirio di onnipotenza dei supereroi, non siamo né angeli nè bestie, ma uomini, carne e sangue, bellezza e arte, desideri e limiti, idrie d’acqua che nel dono diventano Spirito di-vino, vino buono fino alla fine, fino in fondo o fino all’orlo.

Una voce irrompe, qualcuno si accorge che sta per mancare la parte migliore, quel particolare, che però da senso a tutto il resto, diciamoci la verità siamo in un festa nuziale, gli sposi ci sono, i familiari e gli amici anche, il cibo non manca, la musica e la danza nemmeno, cos’è mai un bicchiere di vino rispetto a tutto il resto? Eppure senza il vino tutti a casa, la festa è finita.

E invece no, la profezia della madre, che sa leggere non il futuro come una cartomante, ma il presente, il momento presente, il segno del suo tempo, non per fare di Gesù un mago, ma per donarci il tempo della festa, ricolloca il tutto, e ribalta i significati, ciò che è marginale diventa indispensabile, fondamentale, originario.

Il vino, la festa, lo Spirito non sono solo la meta, il punto di arrivo, il miracolo da fare, ma si trovano anche all’origine, nel prima, in quell’originario che non esclude nessuno.
E allora, buona domenica come tempo non di lavoro, e nemmeno di riposo, ma di festa, nella terza dimensione dello Spirito!

Il coraggio di riempire della nostra creaturalità

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