Il rifiuto genera violenza e sovverte il progetto del Padre

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Il rifiuto genera violenza e sovverte il progetto del Padre

di Miriam D’Agostino (Sr Myriam)

Il rifiuto di una proposta di lavoro come collaborazione ad un progetto vitale e creativo porta alla morte, e non ad una morte “naturale”, ma ad una morte causata dalla violenza.

Parabola complessa quella che in questa domenica ci viene consegnata e proposta dalla liturgia domenicale, una parabola che sembra essere terribilmente conclusiva, definitoria, delimitata da una proposta di lavoro e da un rifiuto che arriva ad essere omicida. E allora credo che in merito la complessità sia non tanto nella soluzione della parabola, ma nelle domande che essa provocano: perché rifiutare? e perché siamo liberi di rifiutare?

Con la premessa che questa lectio non vuole essere esaustiva di risposte, ma solo un invito ad entrare nella Parola, affinché  susciti domande nuove al nostro oggi, proviamo ad avvicinarci al testo così come la comunità di Matteo ce lo consegna dopo secoli di storia e di storie, nonostante il rifiuto di qualcuno. Il primo dato significativo da sottolineare è che siamo al capitolo 21 di Matteo, verso la fine dell’ultimo dei 5 grandi discorsi di cui è composto, un discorso che parla della pienezza e della completezza del tempo.

Pienezza non solo in vista dell’Al di là inteso come un luogo fisico dove saremo dopo morti, ma dell’al di là di ogni aspettativa e pretesa, umana rispetto ad un progetto salvifico di amore del Padre che è sempre più grande e oltre la nostra modesta comprensione.E affinché ciascuno sia chiamato, votato, al raggiungimento della sua pienezza, nella pienezza della storia, c’è un Qualcuno che esce  chiamare, che personalmente chiama, e come abbiamo visto qualche domenica fa, esce e chiama a tutte le ore e affida a suoi collaboratori la responsabilità della sua “vigna”.

Non ci chiamiamo da soli, non ci definiamo da soli, troppo limitati saremmo se la nostra vita fosse chiusa nell’idea che ci costruiamo di lei.Per grazia c’è sempre Qualcuno che mediante qualcun altro esce e ci chiama, indistintamente, lì dove siamo, al di là di ciò che pensiamo e ci chiede di responsabilizzare le nostre giornate, il nostro tempo, il nostro ferite esserci.

Essere affidabili collaboratori in un lavoro che a tutti ridona dignità, e che di tutti ha bisogno per realizzarsi nell’oggi della storia e di ogni storia. L’immagine della vigna, richiama tantissimi immagini dell’AT in cui far parte della vigna, significa far parte di un tutto, di un popolo,di una terra, di una tradizione, di una cultura, che si definisce tale solo perché è in relazione ad un Tu infinitamente più grande e paradossalmente più vicino.

E allora la buona notizia di questa domenica sta tutta qui, nell’accoglienza di un lavoro donato e accolto, che ci lascia scoprire ciò che siamo al di là di ogni nostra resistenza, di ogni nostro rifiuto. Buona domenica a tutti!!

 

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