La perseveranza evangelica come antidoto al trasformismo dilagante

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La perseveranza evangelica come antidoto al trasformismo dilagante

di Miriam D’Agostino (Sr Myriam)

La perseveranza evangelica come antidoto al trasformismo dilagante, la perseveranza come  garanzia di vita, la perseveranza come vittoria sulla noia, sul correre dietro al “tutti fanno così”, al “perchè anche io no”, al “tutto mi è permesso”, al “tanto che importa”, che quotidianamente sentiamo attorno e dentro di noi.

Questo vangelo viene a smascherare quella smania di cambiamento che la perenne non-contentezza ci insinua nel cuore, facendoci sperimentare nella ferialità delle nostre giornate che la vita può essere presa da altre angolature, altri punti di vista, e non sempre da quello che mi manca .

La perseveranza è l’ipomonè in greco, la capacità di stare anche nel conflitto, in una situazione limite di precarietà, in uno stato di non controllo, di insicurezza, senza crollare, senza scendere a compromessi, senza barcollare, senza fare le banderuole.  E’ anche pazienza, capacità di vivere anche in uno stato di sofferenza, di stare dentro senza scappare, senza evadere, senza girare la faccia, senza voltare le spalle alla propria storia, ma di imparare a vivere la propria vita vivendola, fino in fondo, fin dove non vorremmo mai abitarla.

La buona notizia di questa domenica, non che dobbiamo essere, pazienti, che dobbiamo essere perseveranti, come un obbligo della morale simil cattolica, ma che possiamo farlo, che ci viene consegnata una forza, una energia, una capacità, una possibilità, una “carta in più”, con cui stare nel mondo, nella nostra storia, nelle nostre relazioni , nei nostri conflitti esteriori ed interiori, perchè solo passando attraverso avremo accolto veramente il nostro essere creature.

La paura della frustrazione, il non sopportare l’assenza, una mancanza, un conflitto, ci fa subito andare alla ricerca dell’inutile, del superfluo per cercare di riempire, di soffocare, di tenere a bada, di mettere il guinzaglio, di appiattire un tempo, una giornata, un posto di lavoro, una relazione di coppia, con l’illusione di essere onnipotenti e di poter “eliminare” le difficoltà, i limiti, il dolore.

L’ hypomonè è l’arma in più della vita, che ci permette di stare con i piedi ben piantati nella nostra terra, nella nostra storia, nel nostro tempo, nelle nostre periferie esistenziali, ma con gli occhi puntati al cielo, all’al di là di quelle che credevamo essere le nostre uniche possibilità.

Buona domenica a tutti!

 

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