Non tutte le sofferenze sono croci da portare

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Non tutte le sofferenze sono croci da portare

di Miriam D’Agostino (Sr Myriam)

Se il capitolo 8 del Vangelo di Luca ci ha presentato l’esemplare azione di Gesù all’apice della sua compiutezza, ossia la predicazione missionaria, nonostante la folla pur vedendo non intenda (cfr. 8,10), nel capitolo 9 si cambia completamente registro, i destinatari del messaggio, delle parole di Gesù sono rivolte esclusivamente alla cerchia dei sui, degli intimi, i misteri del regno vengono rivelati ai discepoli, con il risultato che anche questi ancora non intendono (cfr. 9,22.32).

Spesso leggendo questo passo del Vangelo e i suoi paralleli, corriamo il rischio di personalizzare il testo, di configurarci attorno all’idea che il cristiano per essere tale deve necessariamente soffrire sotto o sopra una qualche croce, cosi da rassomigliare più magicamente al Cristo, per meritarsi poi il paradiso dove si spera non ci sia sofferenza. Ma ovviamente il testo evangelico, per essere buona notizia non può essere ridotto a questo, non può fermarsi alla sterile proposta che considerare ogni ostacolo, sofferenza della vita come croce sia la soluzione alla sofferenza stessa, generi sollievo o conforto. Altro errore che spesso compiamo è quello di decontestualizzare il testo, queste parole, per “appiccicarle” dove ci fa più comodo, lasciando far passare l’idea che così si fa un pò di cultura cristiana.

Dopo aver sfatato il mito quindi che non tutte le sofferenze sono croci da portare, è necessario avvicinarsi a questo testo in punta di piedi, per non generare ben altre confusioni.

L’aperto riconoscimento di Gesù come il Cristo, il Messia, l’Unto, l’Atteso del popolo di Israele, secondo Luca , va letto in connessione con l’appello alla sequela rivolto dopo ai suoi nonostante la sofferenza, altrimenti non si comprende il vero senso di nessuna delle due affermazioni.

Pietro risponde alla domanda Gesù, con quella che era la sua aspettativa più alta su di lui, gli risponde da Pietro testardo, incapace di vedere oltre, di cogliere l‘Oltre della proposta sempre aperta del Cristo, letteralmente non dà una risposta errata, ma la lascia incompleta, la lascia a metà , per questo Gesù chiede silenzio. Sarà lui e solo lui ha completarne il senso, il significato più profonde che stravolge ogni attesa e ogni pretesa che la folla, i suoi hanno su di lui. Sono il Cristo, ma non quello dei trionfi, non quello degli applausi, non quello delle poltrone, che fino alla fine scandalizzerà le vostre ricerche di potere e successo, sono il Cristo fedele al progetto di vita del Padre, fedele al progetto di umanizzazione dell’umano, e vado fino in fondo, dovesse anche significare sofferenza, morte.

E se voi volete essere fedeli a questo progetto, no abbiate paura di rischiare, non mollate a metà strada, ma andate fino in fondo, fino anche a portare il peso della mia ignominia, la mia stessa condanna, la croce da portare è solo quella per la sequela del Vangelo, la croce da portare non sono la disoccupazione, la povertà, l’inimicizia, la sopraffazione, la disuguaglianza, la fame nel mondo, non abituiamoci a crede questo , altrimenti costringiamo il mondo a non cambiare, queste chiamiamole con il loro nome, sono ingiustizie sociali che devastano l’uomo nella sua dignità. L’unica croce da portare è quella della fedeltà al Vangelo nonostante le difficoltà, le controversie e le ingiusti che nella vita si presenteranno prima o poi, e che saranno il nostro banco di prova nell’desione al progetto di Vita del Padre.

Buona domenica a  tutti.