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Lectio Divina. Domenica 24 maggio 2015
Pentecoste 2015 anno B
Gv 15, 26-27; 16, 12-15

Quando verrà il Paraclito che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.

Cinquanta giorni per definire un tempo che non ha tempo, una cronologia che va al di là della storia, uno spazio senza confini invalicabili, per una mai completa definibile Risurrezione e che a me piace raccontare anche con le parole della poetessa Alda Merini: “Fuggirò da questo sepolcro come un angelo calpestato a morte dal sogno, ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione, in me non c’è mai stato niente: sono soltanto un uomo risorto.”
Siamo stati troppo abituati a scandire il tempo con i nostri calendari che abbiamo frazionato tutto, ogni cosa ha trovato il suo posto preciso sulle nostre agende, un tempo sempre più ridotto e velocizzato. E con questo abbiamo ridotto anche i tempi liturgici a frazioni, lo abbiamo parcellizzato, abbiamo tempi più o meno uguali con colori differenti, correndo il rischio di vivere una storia a capitoli, paragrafi, capoversi, ma mai come un’unica storia, un unico tempo. E allora è passata la quaresima, è arrivata la Pasqua, domenica è Pentecoste, ma insieme quale buona notizia portano alle nostre vite oggi?

Dal mercoledì delle ceneri inizia un unico tempo che ha un’unica meta, che non è la Pasqua ma la Pentecoste, il giorno in cui lo Spirito Santo diventa dinamismo, energia vitale, azione di bene nell’uomo. Dal mercoledì delle ceneri alla Pentecoste veniamo educati a vivere il tempo della nostra vita come un’ unica storia di Amore, di giustizia, di pace, di verità; la nostra storia di salvezza, una parabola temporale che ci indica la direzione della felicità, della beatitudine che ci attende al di là delle nostre aspettative.
Nella Scrittura troviamo almeno due modi differenti di raccontare la Pentecoste, il più famoso, il più dipinto, raccontato, che tutti ricordiamo è quello del cenacolo, tutti riuniti e dopo cinquanta giorni arrivano le lingue di fuoco, ed è quello di Lc negli Atti degli Apostoli; l’altro invece passa quasi inosservato al lettore, Gv nel momento stesso in cui Gesù è sulla croce scrive che “emise lo Spirito” donò lo Spirito.

Come mai tutte queste differenze? Sono errori? Oppure una molteplicità vitale per raccontare da più angolature lo stesso evento?
La liturgia domenicale però sceglie il passo di Giovanni tra il capitolo 15 e il 16, omettendo alcuni versetti a mio avviso indispensabili per la comprensione della pericope, testo che si trova sempre all’interno del lungo discorso di addio di Gesù durante l’ultima cena, di cui le domeniche precedenti abbiamo già detto qualcosa, testo in cui vi è una parola chiave per comprendere la meta di cui scrivevo prima: Paraclito. La vecchia traduzione traduceva questa parola greca con Consolatore, lasciando fraintendere quasi, che lo Spirito Santo potesse essere un premio di consolazione dopo che Gesù torna alla destra del Padre, un contentino poco identificabile, un po’ fuoco, un po’ acqua, un po’ vento, un po’ colomba.

Ma per fortuna non è così, il Paraclito è garanzia di giustizia, di verità, di efficacia della Parola, è Con-solatore, Colui che con noi trova una soluzione, “è indispensabile che Egli venga” dice Gesù, altrimenti non vi è pienezza nella vita dell’uomo, e se non vi è pienezza la Creazione resta incompiuta. Il Paraclito è il riscattatore, il Go ‘El del libro di Rut, è colui che si fa carico del limite, della pochezza, della fatica delle vicende umane, non per cancellarla come un prodigio magico ma per attraversarla e con la novità della sua energia vitale trasformarla in amore, pace, benevolenza, pazienza, in quelli che Paolo elenca come i frutti dello Spirito.
E allora sì, che c’è una buona notizia per tutti gli uomini , da qualsiasi storia provengano, qualsiasi passato o presente vivano: il Risorto non è un’esperienza passata di cui qualcuno ci ha raccontato, ma diventa incontro sempre nuovo nel domani di Dio, nell’oggi dell’uomo, perché da quella croce ci è stato donato lo stesso Spirito (ruah) della Creazione che ci permette quotidianamente di vivere la nostra Pentecoste.

Buona Domenica!

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