Venite e vedete è l’ordine inverso della sequela di Cristo

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Venite e vedete è l’ordine inverso della sequela di Cristo

di Miriam D’Agostino (Sr Myriam)

Venite e vedete è l’ordine inverso della sequela di Cristo, è un movimento apparentemente illogico, senza criterio, senza un programma da rispettare, un patto a cui restare fedeli, senza garanzie, senza punti fermi, sicurezze, certezze, affidabilità.

Venite e vedete è l’esatto opposto della modalità  con cui siamo abituati a scegliere, valutare, comunicare. Vedo una cosa, se mi piace la compro, se non mi piace ne cerco un’altra; vedo un programma politico, se mi interessa voto, altrimenti ne scelgo un’altro, e di esempi se ne potrebbero fare un’infinità. Venite e vedete è l’unico modo con cui Gesù si lascia incontrare nel Vangelo di Giovanni, se non vieni non vedi, resti cieco.

Solo nel venire si aprono gli occhi, solo nel mettersi in movimento, nella gradualità di un cammino di vita, di crescita, di formazione umana e spirituale ciascuno inizia ad aprire i proprio occhi sulla propria verità, sulla realtà che lo circonda, nelle relazioni che continuamente vive.

Questa domenica la buona notizia sta tutta qui nell’accogliere la illogica modalità di Gesù di intraprendere il nostro cammino di discepolato, senza prima la certezza del vedere, senza prima l’ovvietà di un successo garantito. Non siamo davanti alla cronaca della vocazione di qualcuno, usciamo dalla pretesa di voler attribuire a queste parole significati che esulano dal contesto.

Non è il problema di Giovanni quello di “quanti siamo”, dei numeri, dei monasteri che si chiudono o delle chiese che si svuotano, non è l’intenzione del QV volerci dare risposte alla preoccupazioni vocazionali che la chiesa cattolica romana vive da qualche decennio.

A mio avviso il centro stesso del Vangelo sta sul fine, sul senso ultimo di ogni scelta di vita cristiana, il focus sta lì dove ci viene indicato da GvBt, il centro sta nel segno dell’AGNELLO.

Il significato del segno dell’agnello però non dobbiamo inventarcelo, non possiamo attribuirgli qualcosa che non gli appartiene per natura, ma necessariamente dobbiamo cercare nella Scrittura stessa il suo originario significato E per l’agnello basta andare al libro dell’Esodo, al momento della Pasqua ebraica, a quel sangue e a quella carne che salvarono ogni famiglia e che gli permisero di uscire dalla schiavitù dell’Egitto.

L’agnello è simbolo di un vincente, non di un perdente che si lascia ammazzare senza dire niente, l’agnello non è il simbolo della remissività, del capo chino, dello sguardo basso, ripiegato, ma è simbolo di un dono, della fermezza di chi davanti al male non si è lasciato contagiare, di chi ha guardato negli occhi i propri aguzzini e ne ha provato solo compassione.

La logica dell’agnello è la logica della Pasqua, della potenza vitale della Pasqua, della sua intera dinamica, di tutto ciò che essa comporta, fino ad arrivare all’agnello dell’Apocalisse, sgozzato ma in piedi.

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